Il Male Minore


L’importante è essere convinti
10 Luglio 2009, 9:21 am
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Mi vorrà scusare il mio socio fantasma (e il pubblico ristrettissimo di amici & parenti) se ritorno su quegli argomenti pippotici trattati pressapochisticamente nel mio vecchio blog. Il problema è che sentivo l’impulso di scrivere, non sapevo dove farlo e questo blog è stato pensato all’uopo.

Ghenga di ultraliberisti intenta a raccontarsi barzellette sui socialisti.

Ghenga di ultrameganarcoliberisti intenta a raccontarsi barzellette sui socialisti.

I sostenitori di un mercato libero da interferenze (in parole povere, i nemici dello Stato) si debbono periodicamente scontrare con obiezioni, forse non stupide, ma sicuramente frustranti. Frustranti, perché non obbiettano nulla che il liberista prenda davvero sul serio, anzi spesso si tratta di critiche che come fondamento hanno solo equivoci oppure sguazzano nell’ambiguità non definendo bene concetti fondamentali. Su anobii, ho trovato questa recensione de “La via della schiavitù”, un libro bello ed importante di F.A. Hayek, in cui si denuncia la piega che la società occidentale ha preso nei confronti della libertà individuale: un lento e inesorabile annientamento delle libertà “economiche”, da cui però conseguono le altre più basilari libertà. Tenterò un po’ il debunking della recensione, perché secondo me è uno splendido esempio della mentalità oggi prevalente e della faciloneria con cui gli argomenti pro-mercato vengono rimandati al mittente. Il lettore inizia così:

Tesi: qualsiasi tipo di intervento statale e di pianificazione dell’economia di mercato è assimilabile al fascismo, il mercato rende liberi.

Per quanto possa sembrare berluscoide quest’idea, Hayek non ha tutti i torti.
Probabilmente un simile sistema ‘diffuso’, basato su proprietà e regole formali, lascia maggior libertà agli individui rispetto ad uno accentrato.

E’ già un’ampia concessione. Vorrei soffermarmi sulla termine berluscoide. Troppo spesso, al di là del caso specifico dell’attuale primo ministro italiano, le ragioni dei liberisti vengono accostati a partiti o esponenti che poco o nulla hanno a che fare. A parte questo, anche posto che Berlusconi-pensioero possa essere accostato a quello di Hayek (ma i fatti dimostrano che questo accostamento è illegittimo, per ragioni di registro oltre che di contenuto) dove sarebbe il problema? E’ un argomento ad Hitlerium. Se un’idea è giusta, è giusta, al di là da chi la sostiene. Ma andiamo alla critiche vere e proprie.

Bisogna fare delle precisazioni però.
L’idea che esista realmente qualcosa come il Libero Mercato (con la M maiuscola), un’entità onnisciente e in grado di perfezionarsi indefinitivamente, trascendente i bisogni e le aspirazioni umane, è una boiata pazzesca.
Il mercato può essere un utile modo per regolare l’accesso alla ricchezza nella società, coerentemente con il presupposto che gli uomini sono egoisti, ma ad alcune condizioni;

Né Hayek, né altri esponenti della sua scuola, la cosidetta scuola economica austriaca hanno mai sostenuto ciò, anzi penso che essi possano essere d’accordo con quanto il lettore scrive, ovvero

-il mercato è una finzione

O meglio, il mercato è un concetto astratto. Come la pace, l’odio, la fratellanza, il popolo, la società. Ciò non significa che sia falso ma che non esista né in spirito né in corpo. Gli austriaci definiscono il mercato come il luogo dello scambio volontario, quindi un’astrazione per indicare l’insieme dei baratti, delle compravendite che avvengono ogni giorno tra gli esseri umani. Dato che alcuni fattori, come la variazione dei prezzi, dipendono da questo insieme di scambi, e vanno ben oltre quanto deciso dal singolo acquirente o venditore, l’astrazione mercato si rende necessaria per la formulazione di alcuni enunciati, gli enunciati appunto della scienza economica. Nota: non c’è in confronto di altre finzioni, come “la società” precedentemente citata la stessa acredine che c’è verso “il mercato”. Di norma chi snobba il mercato è ben lieto di compiere azioni per il “bene della società”.

-il mercato è un ‘gioco’ e come tale devono esserci un arbitro imparziale e delle regole.

Prima era una “finzione”, adesso è un “gioco”. Sarebbe bello che, in generale, chi fa affermazioni del genere le motivasse, anziché esprimersi per dogmi. In ogni caso: l’arbitro imparziale non è che lo Stato, altresì il governo. E quindi, attualmente da noi, è anche quel “berluscoide” che il nostro amico sembrava non apprezzare. La metafora ludica, comunque, è fuorviante: presuppone che ci sia chi vinca e che perda. In uno scambio volontario entrambi gli attori agiscono perché preferiscono la situazione post-scambio a quella pre-scambio e dunque non c’è né vincitore né sconfitto. Ho precedentemente definito mercato come “l’insieme degli scambi volontari”, con quel che ne consegue.

-Gli uomini NON sono degli agenti perfettamente razionali

Anche qui si procede con dogmi. Hayek dice che sono razionali, un tizio a caso no, a chi dovrei credere? Un falso problema comunque dato che la definizione austriaca di azione razionale, non è quella che si intende comunemente con la lingua italiana. Semplificando, l’azione “razionale” è quella che persegue un fine e ogni azione persegue un fine. Anche se il fine è compiacere il mostro degli spaghetti volanti, che molti riterrebbero irrazionale. L’equivoco nasce dal fatto che, per gli austriaci, essendo l’economia una scienza avalutativa, non deve occuparsi di giudicare gli scopi secondo cui la gente agisce. Chi volesse approfondire può leggere qui.

-il mercato NON tutela l’ambiente

Perché? C’è forse qualche prova contraria? Personalmente ritengo che un espansione della proprietà privata sul territorio porti ad una conseguente cura delle risorse ambientali, ma mi rendo conto che è una speculazione che vale tanto quanto quella del mio amico. Qui comunque c’è una buona argomentazione, che sento di condividere. Se qualcuno la vuole smontare sono pronto al dibattito.

-il mercato viene DOPO gli esseri umani, come soluzione alle loro esigenze. Pertanto non deve minare quel minimo ideale di comunità e convivenza civile che ci porta a curare i nostri malati e a dare mezzi di sussistenza essenziali a chi ne ha bisogno.

Ma il mercato non era una “finzione”? Come fa a “minare” qualcosa, in quanto tale? Definendo il mercato come sopra esso è esattamente una conseguenza delle azioni degli essere umani, quindi non può venire “prima”, viene necessariamente “dopo”. Riguardo alla sanità, che il nostro amico afferma essere un settore che debba essere esente dalle logiche di mercato, si può affermare che già adesso non è così, nonostante il 99% della popolazione sia convinta del contrario. Per fortuna i medici recano il loro servizio perché questo viene pagato, altrimenti non esisterebbero. Certo, nella maggior parte dell’Occidente le loro prestazioni vengono contrattualizzate tramite lo Stato, ma un buon sistema di assicurazioni riuscirebbe a dare ai cittadini quella sicurezza di cui hanno bisogno (cioé la certezza di non dover sborsare cifre inenarrabili per un’intervento che può loro salvare la vita). Per gli indigenti, cioè quella ristrettissima minoranza fuori dalle soglie di mercato, c’è sempre la carità dei privati, come del resto anche ora, nonostante l’assistenza sanitaria statale.

Ad ogni modo Hayek è senza dubbio conservatore.
Quando ci dice che ci sono forze nella società che non possiamo capire o progettare e che il mercato non può avere argini, regole, interferenze, traccia un manifesto di immobilismo politico che avrei difficoltà a definire in altro modo.

A questa conclusione rispondo citando Mises, collega di Hayek, ma da me assolutamente preferito. Lo cito a braccio, perché non sono solito mandare a memoria. Solo in un sistema concorrenziale, dominato da un mercato libero da influenze statali, c’è mobilità sociale. Nessun imprenditore, nemmeno il più affermato, può essere al sicuro dall’attività dei nuovi imprenditori rampanti. Ciò, a mio parere, si può estendere a tutto il mondo delle attività umane, non solo a quelle strettamente considerate economiche.

Ors



L’elettore consapevole e i suoi perché
5 Giugno 2009, 10:22 pm
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Nel presentarvi la seguente lettura, la redazione de «Il Male Minore» ricorda che non esiste un male minore e invita tutti all’astensione nelle consultazioni elettorali di oggi e domani.

Nella già di per sè nociva categoria degli elettori c’è una sottospecie verso cui giova stare particolarmente in guardia. E’ quella dell’elettore consapevole, di chi, prima di abbandonare la scheda nell’urna, “ci pensa”, valuta “attentamente” le molteplici (e scadenti) alternative che la democrazia parlamentare gli offre e poi prende una decisione ponderata. E traccia una croce.

Cosa vota l’elettore consapevole? Naufragato il Partito Democratico, scelta comunque troppo banale per l’elettore consapevole, quest’ultimo sembrerà optare per tre possibilità.

a) Sinistra e libertà: di sinistra ma non rozzamente marxista come la compagine di Ferrero. Con una particolare predilezione per le tematiche inutili: ambiente, diritti delle coppie gay, integrazione comunitaria (so che molti non saranno d’accordo ma prendete in considerazione, per giudicare la priorità di codeste issues, il seguente argomento: quanti italiani sono omosessuali, direttive della UE o alberi?). Lo scrittore Giuseppe Genna argomenta così la sua scelta di voto consapevole (e non può essere altrimenti dato che utilizza la locuzione “paese sdrucito dal materialismo più grezzo”)

E il laboratorio in cui misuro il massimo fervore, la curiosità più acuta e coraggiosa, la condivisione di diritti fondamentali, la memoria e l’apertura al futuro più penetrante è in Italia per me Sinistra e Libertà. Per questi motivi voto Sinistra e Libertà, consegnando la delega preziosa a rappresentarmi a persone come Nichi Vendola e Claudio Fava, che si prendono la responsabilità della mia responsabilità verso gli altri con cui vivo e vorrei vivere.

Credo non sia necessario commentare ulteriormente.

b) La seconda scelta è classica in termini di europee: i radicali, ora (e da cinquant’anni, parrebbe) Lista Bonino – Pannella. Una cosa va riconosciuta ai radicali, sono tra i pochi ad avere una vaga idea di che fare a Strasburgo. Se questo è un bene o un male lascio al lettore stabilirlo. Ora, nel 2008 la magica coppia ebbe un’idea: candidarsi nel Partito democratico. Va da sé che, dati alla mano, il partito radicale (o i movimenti ad esso associato) non dovrebbero manco esistere per i media. Invece lagne e scioperi li fanno andare in tv più di Franceschini. A parte questo, i radicali sono fichi e attirano i voti dei ggiovani. E anche quelli di nomi eccellenti, da Vasco Rossi a Franco de Benedetti. Mancano quelli delle persone normali e c’è un perché: ai normali non gliene frega niente dell’Europa, ok?

c) La terza alternativa è la più agghiacciante: L’Italia dei Valori. Dice l’elettore consapevole: “C’è una grande crisi che coinvolge la legalità. E’ urgente ripristinarla”. Un paio di cazzi, mio caro elettore consapevole. Per quanto mi riguarda credo sia più urgente riuscire a tenermi quei quattro soldi che mi danno senza vederli sfumare in tasse. Vorrei poter fare sesso telefonico senza che il vostro idolo, Gioacchino Genchi, senta le porcate che sussurra alla mia donna (la replica “io non ho nulla da temere dalle intercettazioni, ho la coscienza a posto” tenetevela per voi, fascisti del cazzo). Vorrei che considerasti, elettore consapevole dell’Idivvù, che oltre ai politici, i cui abusi non manchi mai di additare alla folla sbavante con tanto di forconi, che anche i giudici sono nemici del povero cristo medio e odiano la sua libertà. La casta al quadrato, formata da coloro che non si devono nemmeno confrontare al giudizio periodico degli elettori (compresi quelli inconsapevoli, che votano di pancia, che tu tanto disprezzi, e.c.).

Considera infine queste mie parole, elettore consapevole dell’Idivvù. Non soffri la rozzezza dei leghisti, l’ingenuità dei berluschini, il fideismo ideologico dei piddini e voterai per un ignorantone spaesato, con poche idee e assai confuse. Una scelta pienamente consapevole.



La legge morale dentro una Ford del ‘72
20 Marzo 2009, 10:19 am
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large_grantorino

C’è più di una ragione per definire «Gran Torino» una delle più importanti opere narrative che il nostro tempo possa arrivare a produrre. Innanzitutto si tratta di uno di quei rari film che riescono ad effettuare un’analisi di fenomeni sociali, i più recenti, veritiera eppure condotta da prospettive originali. In secondo luogo la storia che offre è profondamente morale. Se la prima è cosa rara nel cinema odierno, e la seconda pressoché introvabile, l’unione di queste due caratteristiche fa gridare al miracolo.

La pellicola parla del nuovo melting pot americano: cinesi (o meglio i Hmong, popolo del sud-est asiatico), messicani e nigga (per quanto questi ultimi non immigrati) soppiantano americani «autentici» come irlandesi, polacchi e italiani. Protagonisti due eroi individualisti: Walt Kowalski (Eastwood) e Thao (Bee Wang): rude vedovo reduce dalla Corea il primo, giova thượng il secondo, che vediamo rifiutare di unirsi a gang di strada per sentirsi qualcuno o ottenere «protezione». L’incontro – scontro tra questi due mondi è ben distante dai cliché politicamente corretti: Kowalski è un figlio di puttana, pieno di pregiudizi che non esita a condividere con gli stessi «musi gialli». La storia del crescente rapporto tra Kowalski e Thao (e la famiglia di costui) sembra dunque avere tutte le premesse per partire male, dato il tentativo di furto da parte del cinese ai danni del polacco.

Invece si assiste ad un sodalizio che diventa sempre di più quello tra un padre e un figlio, un legame che diventa addirittura simbiotico nel finale. Com’è possibille? La comprensione tra i diversi universi, quello di anziano americano e di un teenager indocinese avviene mediante la reciproca comprensione della legge morale. In un’era segnata dal relativismo, dove sembra che la convivenza tra diverse tradizioni sia possibile solo rinunciando ai propri attributi culturali più marcati, sta proprio in ciò l’insegnamento rivoluzionario: l’uomo fraternizza con i propri simili scoprendo che ci sono regole comuni, che vanno al di là della storia e dei riti del proprio popolo. E dal fatto che queste norme sono più presenti in una società più tradizionalista, con il senso del dovere e della famiglia, piuttosto che nella modernizzata e lasciva società occidentale, rappresenta la vera speranza per il mondo «multiculturale» di domani.

Nonostante quanto ho scritto, che potrebbe indurre l’incauto (e singolo) lettore a ritenere che il film sia una palla, «Gran Torino» ha tutti i crismi dei film di Eastwood: protagonista carismatico (e parodico), scene d’azione come Dio comanda, dialoghi divertenti (verrà ricordata l’iniziazione di Thao al mondo degli adulti dal barbiere italo americano). Il tutto in misura giusta da far perdonare alcune momenti assolutamente non verosimili e il fatto di aver preso come coprotagonista uno che guida la Gran Torino ma che sembra un tredicenne.

Post di Jinzo

Ors



Esterofilia rugbistica
10 Febbraio 2009, 10:59 pm
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Il team di rugby di Forza Nuova poco prima di un incontro

Il team di rugby di Forza Nuova poco prima di un incontro

Da Bastian contrario come nacqui e sono, coltivo pervicacemente un certo snobismo, quello che porta tizi della mia schiatta a sputare sentenze del genere: “il rugby è uno sport di gran lunga migliore del calcio: è per gentlemen, strateghi, per quanti vogliono lottare fino alla fine. Il calcio è pieno di fighette strapagate, va bene per gli idioti”.
Lo dico, al di là della posa (che c’è, e me ne vanto), con una certa convinzione, ma anche con una certa sincerità. E’ molto semplice: io con il calcio mi ci rompo le palle. Lo trovo noioso. Fino ad una certa età pensavo che fosse così per lo sport in generale, ma mi sbagliavo. Ho scoperto di saper apprezzare le partite di basket e ancora di più gli incontri di hockey. Seguo con una certa soddisfazione persino il curling.
Ma solo una partita di rugby la ritengo interessante da in cima in fondo. Scozia – Galles, ad esempio. Non mi frega di nessuna delle due squadre, non c’è la minima partecipazione emotiva. Uno dei due team era peraltro evidentemente fuori forma, e la partita è stata decisa pressoché subito. Nonostante questo non ho mai sbadigliato: il tecnicismo sincronico che ha portato alla meta di Jones, l’orgoglio Patterson, una partita giocata per 80 minuti, cosa che è abbastanza la norma in effetti.
Insomma, capita che se qualcuno mi chiede se mi interesso di sport rispondo: “Seguo, un po’, il rugby”. “Ah, capisco – è di norma la risposta – anch’io dò un’occhiata quando gioca l’Italia”.
NO.
Non voglio saperne nulla dell’Italia. Non mi interessa. Cioè, posso anche seguirla, d’altronde è pur sempre una partita di rugby, con una squadra un po’ scarsa. Anche se vorrei eliminare – potendo fisicamente – i cronisti che seguono l’incontro. Quelli che mi ammorbano con pareri – per nulla tecnici – assolutamente non richiesti tipo: “I nostri sono in forma”, (speranzoso): “E’ un’Italia che c’è la può fare, deve assolutamente crederci, non può mollare adesso”.
Vizio assai tipico, un po’ come quando gioca la statale di calcio, vince e l’anchorman al tg apre “Abbiamo vinto contro il… che ne so… Brasile” tutto contento. Roba che mi fa venire in mente la politica della BBC durante la seconda guerra mondiale, quando ai reporte era fatto divieto dire “i nostri soldati” e si dovevano limitare a “le truppe britanniche”, per risultare più imparziali. Ecco, l’esatto contrario.
L’unica cosa buona dell’Italia nel (ora) Sei Nazioni è che La7 trasmette le partite. Certo può esserci stima, per qualche giocatore: Bergamasco (Mauro) e il vecchio Lo Cicero, finché giocava, tralasciando l’oriundo di turno.
La questione è anche di principio: il torneo si chiam Sei (o Cinque, o Quattro) Nazioni. Gli anglosassoni (e celti) sanno bene cosa significa “nazione”. Infatti giocano Scozia, Galles e Inghilterra. L’Irlanda (caso unico nello sport) gioca tutta unita, Eire e Ulster, perché la nazione irlandese, divisioni politiche a parte, è tradizionalmente considerata una.
Italia e Francia non sono che parodie di questo concetto, forse troppo raffinato per la mentalità centralistica continentale. I due oggetti ottocenteschi partecipano con una squadra unica e patriottarda (qualcuno fa notare che a differenza dei loro colleghi calciatori sanno il rispettivo inno nazionale: un bel chissenefrega?). La Francia, passatemi il rigurgito nazista, deve ovviamente schierare tanti negri, altrimenti che Francia è? (Chiarisco: nessun problema se lo fa il Sudafrica, che di colore ha l’80% della popolazione, ma la Francia che ne ha il 6% deve avere un terzo della squadra colorata).
Se l’Italia è stata ammessa al torneo, lo deve inoltre (rigurgito leghista) alle tradizione rugbistica veneta, che rifornisce, argentini a parte, tre quarti della squadra statale. Insomma il Veneto sarebbe forse stato in grado da solo di ritagliarsi un posto tra le il gotha della palla ovale, un posto perdente, visto il divario con gli avversari, ma a differenza di Scozia e Galles non è una nazione, pare.
Rugbisticamente, il mio cuore è tutto verde e ha la forma di un trifoglio.
Se Dio vuole, l’Italiasseddesta ne prenderà una caretà domenica prossima al Flaminio, con la rassegnazione contrita degli speaker dell’istituto Luce. Rischierò l’impalamento, ma avverto il lettore: nell’eventualità, io godo.

Ors

Tempo di stesura: 20 minuti.



Non a norma
9 Febbraio 2009, 5:08 pm
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Eviterò di scrivere della vicenda di cui tutti sanno, poche cose mi infastidiscono come lo scannamento collettivo intorno a dei falsi problemi. C’è però un problema, vero, che alla sudetta vicenda è correlato: mi riferisco ai Nas che entrano in una clinica privata e la trovano – guardacaso – “non a norma”.
Si scopre (forse) che ogni clinica, ogni scuola, ogni esercizio privato, può essere “non a norma”, basta che faccia qualcosa che, semplicemente, dia fastidio al potere. Infatti nessuno può umanamente rispettare le decine e decine di normative imposte dall’alto da leggi che si intersecano, si contraddicono. A questo c’è da farci il callo, siamo tutti potenzialemente nel mirino.

Ors



La vera domanda delle presidenziale americane.
13 Novembre 2008, 8:44 pm
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E’ la seguente: perché il video dei jibjab è passato inosservato? Eppure è semplicemente il più bello… e il più vero di sempre.



colpevole
2 Novembre 2008, 11:16 am
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It was just a tremendous compulsion of just feeling this big hole

L’8 dicembre 1980, Chapman incontrò Lennon che si allontanava dalla sua residenza, il residence The Dakota in Central Park a Manhattan (New York City). Chapman gli strinse la mano e si fece fare un autografo sulla copertina dell’ultimo album di Lennon, Double Fantasy.
Quindi, rimase sul posto per 4 ore in attesa. Alle 22:50, vedendo
Lennon che rientrava insieme alla moglie Yoko Ono, Chapman lo chiamò,
disse “Ehi Mr. Lennon, stà per entrare nella storia!” e poi gli esplose
contro cinque colpi di pistola. Uno dei proiettili trapassò l’aorta; Lennon fu dichiarato morto alle 23:09.

A chi mi accusa. Vero. Ho ucciso anch’io una rockstar. Tutto quello che ho da dire è che “He knew where the ducks went in winter, and I needed to know this”.

Un ultimo omaggio

Lucio


Sooo gay!
29 Ottobre 2008, 10:11 am
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Dovendo cambiare portatile, volendo evitare il vista e incuriosito da alcune applicazioni editoriali ho preso un macbook. Ho potuto così apprezzare, per una volta fino in fondo, tutte le novità che il sistema operativo MacOS X nella sua ultima incarnazione porta. Che ne so: il dock tridimensionale, con tanto di vista a specchio sulla scrivania, la possibilità di esplorare le risorse con gli stessi effetti grafici dell’ultimo iTunes, l’ombreggiatura delle finestre, l’avanzata condivisione di immagini con il nuvo iChat.

Tutto bellissimo, ma così… gay. Non è solo un’impressione, perché com’è noto, Apple è un marchio gay friendly, che della gayezza fa proprio un punto forte del suo marketing. Per la precisione è il secondo marchio più gay al mondo… dopo un network che produce e trasmette programmi gay.

Per dare un’idea della dimensione del fenomeno, basta fare una ricerca con google. Con le parole chiave “mac gay” si ottengono 21 milioni e 500mila occorrenze. Caso? “Apple gay” va appena sotto, con 19 milioni di occorrenze. George Micheal, una delle icone del pop omosessuale, se affiancato dalla parola gay, produce 1 milione e 900mila risultati. Certo, sono tre parole, e sappiamo tutti cosa vuol dire in una ricerca online. Proviamo dunque a inserire il nome del Ceo di Apple, seguito ovviamente dalla parola chiave gay. Sorpresa: quasi un milione di occorrenze, fatto davvero notevole se si considera che Jobs non è ufficialmente gayo.

La policy di Apple non inficia, naturalmente, la qualità dei suoi prodotti. Tranne quando la gayezza prevale sul contenuto, naturalmente, facendo andare tutto in posa. E’ il caso dell’Air, portatile costosissimo, ma ultrasottile, con cui non si può nemmeno leggere un dvd, ma ecocompatibile. Insomma se la Apple è la Toyota dell’informatica, l’Air è la sua Prius.

Ors



Se la righi il bastardo sei tu
17 Ottobre 2008, 10:38 pm
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Dietro la decisione di attaccare l’adesivo “Dime can ma non talian” sul lato posteriore della mia autovettura ci sono state più motivazioni estetiche che politiche. Primo: il potermi fregiare di un simbolo storico, così soavemente pop e vintage, del movimento venetista. Secondo: dare quel tocco d’ironia che mancava sulla mia utilitaria grigio topo. Perché, quella decalcomania, residuo dell’antagonismo secessionista con le palle, era in epoca di leghismo sdoganato e di sistema, più che altro ridicola, da farci quattro risate.

Ma il coglione che qualche notte fa mi ha rigato la fiancata, doveva pensarla diversamente. Lui fiero esempio dell’italiano democratico, sempre aperto al dialogo quando le altrui idee non gli sono di troppo fastidio, si è sentito in dovere di manifestare il suo dissenso, dimostrando ancora una volta l’ossequioso rispetto che la sua schiatta da sempre porta alle cose d’altri. E soprattutto ha reso evidente questa verità: che la città di Verona è piena di sedicenti “autonomisti” ma che nel petto di costoro, in fondo in fondo, batte il triculore.

E poi, guardate gli occhioni di questo cucciolo… non sono meravigliosi?

Chi si vergognerebbe di essere accostato a siffatto animale, dall’alba dei tempi il migliore amico dell’uomo?

Certo, può darsi che siano paronoie mie, può darsi che l’adesivo non c’entri nulla, ma che sia stato solo un teppistello ubriaco sfuggito alle ronde dei militari che di notte non mancano mai di…

O forse?

Ors



Britannica è la via
16 Ottobre 2008, 8:51 am
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Per cercare un break dal logorio della vita moderna mi sono ritrovato a Bristol a dormire su di un materassino gonfiabile da campeggio, in condizioni igieniche discutibili.

Una sera il buon Steven, l’aggancio nella terra del caffè annacquato, propone a Franco Pizza e a me di seguire Lapadrona (di casa) ad un concerto in una sorta di pub. Interessati, e in più non avendo il proverbiale cazzo da fare, si va.

Breve premessa…Bristol appare come una cittadina molto viva dal lato musicale ed artistico. Sarà che il degrado e il relativo disagio è notoriamente di stimolo allo spirito artistico, camminando su e giù per le vie (letteralmente su e giù: pendenze del 25%) si vedono molti pub che propongono musica live. Il tutto immerso in quell’aria British che fa figo. Anzi in quell’aria da periferia British che fa figo: tossici, nuovi ed ex yippies, giovani disagiati e alcolizzati che convivono come in un pacifico eden. Poi ci sono un sacco di locali: pub più o meno stilosi, più o meno tradizionali, moderni,  bettole, da yuppies, da studentelli…puttanai (ma questa è un’altra storia)…

Quindi si può immaginare che noi stranieri avessimo anche qualche aspettativa a riguardo. Se non altro, curiosità di dove saremmo stati portati. “Folk House”. E si possono immaginare anche le nostre facce quando, dopo incomprensioni al telefono, attraversato un di corridoio tra due locali ci troviamo di fronte ad una sorta di patronato. “6 pound? Me li bevo piuttosto”. Ma ormai sgancio e con una croce fatta con un evidenziatore verde sulla mano, entriamo.

Eravamo lapadrona, il figlio molesto di 15 anni, la coinquilina cinese, Steven, Franco ed io. Lapadrona ed il figlio conoscono la cantante dei “Bimbo Spam“, che poi si esibirà, e che è il motivo per cui ci hanno portato qui e ce la presentano. La nostra familiarità con le relazioni interpersonali internazionali ci porta a rispondere con cenno del capo ed un cortese “hi” da distanza siderale. Stranamente al patronato servono anche alcolici (siamo in Inghilterra per qualcosa). Noi tre optiamo per una birra, che ci aiuti ad attutire il paccone. Si va sul tavolo libero in fondo alla sala. Pian piano scopriamo che gli altri presenti sono quelli che andranno ad esibirsi, più quelli che sospettiamo essere i rispettivi parenti. Inizia ad insinuarsi tra noi (noi tre, lapadrona è quella che ci ha tirato dentro) il pensiero di essere i soli ad aver pagato.

Tutto questo per dire che la serata in reltà si è rivelata quasi una figata (forse sto esagerando). Ok, non capisco un cazzo di musica: mi basta che mi mettano una chitarra acustica, due parole lamentate in inglese, in modo che non comprenda il significato, e credo che sia ottima musica cantautorale. Ma in fondo è stato piacevole: prima un duetto femminile, chitarra+cantante alcolizzata, poi un cantautore in tenuta da lavoretti domestici, una tipa con delle adorabili treccine, i Bimbospam, un altro cantautore con un cappello alla Vinicio Capossela e la resident band con un “moro” che faceva la batteria con la voce; 4-5 canzoni a testa, in un’atmosfera familiare, più un paio di attori con dei monologhi, il tutto per una cinquantina di presenti.

(Si scoprirà in seguito che The Folk House è un centro culturale che organizza corsi d’arte di vario tipo.)

(le scarse capacità non aiutano le povere tecnologie)

La tipa dalle adorabili treccine, al secolo Suzy Condrad, per un orecchio esperto forse non era la migliore, ma è quella che mi è piaciuta di più. Non solo per le canzoni…ma anche per il suo: “Umm…adesso cosa canto?!…”. Era sorridente, andava a salutare tutti i suoi amici, il suo fare un po’ “così”…e le sue adorabili treccine. Sì, mi sono innamorato (anche quella sera), e più volte per la verità: c’era una angelica violoncellista bionda, una top model con i capelli corti e poi l’aria straniera fa sempre apprezzare di più il bello che c’è in ognuna. Anche nella vecchia che, nonostante le probabili deficienze alle anche, nel trasporto della serata per poco non si sedeva in braccio al suo uomo, in andropausa (probabilmente erano i nonni di qualche musicista). No, lei no. Ma il mio amico Franco non sarebbe del tutto d’accordo.

Lucio