Roma senza

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Mentre i Padri sono riuniti nel sinodo, il sottoscritto si è letto «Roma senza Papa» di Guido Morselli. Coincidenza, Provvidenza? Lo stabiliranno gli attesi documenti finali dei vescovi.

Morselli è uno degli autori «di casa» del secondo Novecento che vi consiglio di leggere. Da qualche decennio è considerato una delle punte di diamante della letteratura italofona contemporanea e un precursore, avendo anticipato, almeno nel suo contesto culturale, il postmodernismo. Poco conosciuto al largo pubblico, ha scritto romanzi diversissimi fra loro, alcuni dei quali spiccatamente ucronici: come sarebbe stata l’Europa se gli imperi centrali avesse vinto la prima guerra mondiale («Contro-passato prossimo»da leggere, nel centenario del conflitto, direi) cosa sarebbe diventata (o è diventata) la Chiesa Cattolica postconciliare.

La seconda, per l’appunto, è la trama di «Roma senza Papa».

(Morselli morì senza mai vedere pubblicato un suo libro: questo fu il primo titolo che vide la luce presso Adelphi lo stesso anno della morte. La vita è uno schifo e la letteratura è ancor peggio).

Ad ogni modo, il romanzo, scritto dopo il 1963 (regnante Paolo VI) è ambientato nel 1997.

Ecco alcune delle profezie che vi si fanno.

– La Chiesa concederà ai sacerdoti (perfino al Papa) la possibilità di sposarsi

– La Chiesa ripudierà (nel romanzo lo sta per fare) santi e madonne

– La Chiesa tollererà i rapporti omosessuali (nessun cenno a matrimoni, però)

– Lo scopo principale della Chiesa cattolica diventerà il conseguimento della pace mondiale

– Dopo Paolo VI sarà eletto un papa italiano di larghe vedute, a cui farà seguito un papa straniero (eheh, ma nel romanzo il pontefice, Giovanni XXIV è irlandese)

– Si riunificheranno, sotto Roma, cattolici, anglicani e ortodossi

– Il Papa abbandonerà il Vaticano (per Zagarolo, da qui il titolo del libro)

– L’Urss sarà la prima potenza ad sbarcare sulla Luna

– Urss e America si spartiranno a metà il satellite (a fare da arbitro il Vaticano)

– L’Urss nel 1997 esisterà ancora

– Il motore a scoppio verrà sostituito da un «sistema pneumatico» e da auto volanti

– L’uso di droghe, specie allucinogeni, sarà all’ordine del giorno e tollerato (anche dalla Chiesa)

– La psicanalisi avrà ancora un ruolo determinante

– La comunicazione avverrà tramite telefonate a ologrammi (ma la gente scrive ancora lettere)

– Il Pci, a capo di una coalizione con i socialisti, sorpasserà la Democrazia Cristiana

– Un superstato europeo, di fatto, deciderà la politica interna italiana

– L’Italia subirà un forte processo di deindustrializzazione

– Per volere dell’Europa, l’Italia (suo malgrado) vivrà di solo turismo (qui mi concedo una nota: ha sbagliato alla grande, non poteva prevedere che vivere di solo turismo sarebbe stato il sogno degli italiani e il programma politico di alcuni partiti)

– La Roma del futuro (1997) sarà una città trascurata, polverosa, senza più attrattiva

– Le donne italiane si dedicheranno sempre di più e più apertamente alla prostituzione

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Svolte storiche


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Socialismo geografico, socialismo italiano

Un pugno di buoni dati, di quelli in grado di dimostrare incontrovertibilmente che la ragione sta tutta da una parte, sono micidiali se uniti ad una buona teoria. Per fare un paragone sarebbe come trovare il mitico, archimedeo punto d’appoggio da cui sollevare il mondo,  con un’opportuna leva.  Numeri precisi, soprattutto un nuovo metodo per fare le pulci alla contabilità di Stato, in modo che tale che le statistiche per una volta risultino più utile al cittadino che agli “addetti ai lavori”.

Ecco il merito principale de “Il Sacco del Nord” di Luca Ricolfi ed ecco perché a parer mio è il contributo più importante al liberalismo in terra italiana negli ultimi decenni.  Scritto non  da un liberale di stretta osservanza, ma un socialdemocratico dichiarato, cosa assai prevedibile, vista la caratura dei liberali de noantri. Soprattutto, prova che, una manciata di buon senso vale più delle posizioni ideologiche di un autore: “i dati sono dati – scrive Ricolfi nella premessa – ma il modo di organizzarli dipende dal nostro modo di guardare il mondo”.

Contabilità “liberale”. Poiché non voglio che il lettore  non ne sia condizionato chiarisco subito che, a discapito del titolo, il trasferimento di ricchezze dalle regioni “ricche” a quelle povere”, non è l’argomento principale di questo piccolo scrigno di sorprese che è il lavoro di Ricolfi. È solo uno  dei tanti problemi affrontati , sebbene con più solerzia degli altri con la mirabile invenzione del sociologo torinese: la contabilità nazionale liberale.
Questo strumento misura quanto produce una nazione, ma in un’ottica completamente differente da quello che può essere il semplice Pil. Ricolfi “riesuma” alcuni concetti dell’economia classica (accettati, in modo differente, da Smith a Marx): su tutti la distinzione tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo. Ricolfi opta per la lettura liberale classica, quella che considera produttivo solo quanto affronta la sfida del mercato: insomma tutto ciò che non viene pagato da tasse altrui. Ciò consente di introdurre alcune variabili, come il tasso di parassitismo,  quello di spreco,  l’evasione reale ed il livello dei prezzi. Tutte e quattro (incluse le ultime due, pare incredibile) non vengono conteggiate ufficialmente dallo Stato  quando fa il “bilancio”: esistono solo stime ufficiose, con il prevedibile can-can che ne consegue ogni qualvolta si parla di evasione fiscale. Per parassitismo e spreco: è possibile misurali? Sì, basta prendere in considerazione ciò che lo Stato si rifiuta categoricamente di fare: separare nettamente il settore privato dal pubblico. Il primo fattore diventa il rapporto tra la spesa pubblica (al netto delle vendite) e il prodotto del settore market, il secondo è misurato con un gradiente territoriale, prendendo come riferimento le migliori realtà italiane in ambito pubblico.

Le sorprese. Rigorosa come poche, l’analisi di Ricolfi è spietata nella sua oggettività (qualcuno con un mano un decimo sarebbe stato tentato di tirarne fuori un pamphlet). Naturalmente lo scopo primo è misurare il reale divario tra Nord e Sud  Italia, con un’approssimazione a livello regionale. Si scopre che quasi tutte le analisi che affrontano il problema, pur nel lanciare l’allarme, sono “ottimiste” e quasi sempre affette da un bias meridionalista. Ad esempio:  è noto che la spesa pubblica è inferiore al Sud (che ha molti meno abitanti) ma se si corregge il dato la concentrazione di anziani ed il tasso di disoccupazione si scopre che è più meno uguale, nonostante la differenza di popolazione. O ancora: che gli studi sulle regioni “povere” non tengono conto della differenza del costo della vita.
Le graduatorie regionali confermano che parassitismo e spreco sono a livello imbarazzantemente più alti nelle regioni del Sud (in particolare Sicilia, Calabria e Campania), così come l’evasione: si sfata il mito, sempre in bocca a chi non può provarlo, che l’evasione è “anche” al Nord:  l’intensità dell’evasione (rapporto tra gettito evaso e gettito proveniente da redditi  occultabili) è dell’85,6% in Calabria e del 12% in Lombardia. Molto più alto, invece, in Trentino Alto Adige e in Valle d’Aosta (27%) regioni che, prevedibilmente, segnano anche record di parassitismo e spreco impensabili sopra il Po.
È ancora opportuno ribadire che il “Sacco del Nord” non è però un atto d’accusa verso il Sud (al quale peraltro viene riconosciuto di aver subito una spoliazione non indifferente nei primi anni dell’Unità d’Italia; all’epoca non aveva nulla di che invidiare al centro-nord), ma bensì la costatazione del fallimento di un sistema solidale e della Stato italiano, vero predatore del settore produttivo. Che il “Sacco” avvenga (soprattutto) anche attraverso il trasferimento di risorse, con una spesa pubblica procapite maggiore, con più clientelismo e “involontariamente” con la differenza di evasione significa solo elencare i sintomi.

Scandinavia mediterranea.  Quanti sognano un welfare state a livello della Svezia? Ce l’abbiamo già. Ricolfi svala che l’Italia ha in assoluto la spesa sociale più alta, se si prende in considerazione (in tutti i Paesi, naturalmente) anche quella “nascosta”,  come la “creazione” di posti pubblici. Il fisco, anche quello corretto da eventuali occultamenti, è “solamente” il terzo più pesante al mondo, davanti a Francia, Norvegia e Finlandia.  Abbastanza per mettere a tacere la retorica del “pagare tutti, pagare meno”. Ma il dato più inquietante emerge dall’interposizione pubblica, ora al massimo storico in Italia (ma non lo dice nessuno): il settore statale “pesa” quanto il privato ed è un peso morto, perché vive di quanto il settore attivo produce. Una lotta di classe (tra taxpayers e taxconsumers, direbbero gli economisti austriaci) silenziosa ma che mette a serio rischio il benessere delle generazioni future.
Socialismo geografico. Il caso Italia è particolare, perché l’espropriazione di alcuni soggetti a danno di altri (il socialismo) ha assunto anche una connotazione geografica, più sconosciuta altrove, conteggiabile in un furto di 50 miliardi all’anno. Non solo a favore del sud, anzi. La regione più privilegiata, fatto il rapporto spesa/uscite è l’Umbria. Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta sono due regioni che pur economicamente sviluppate ricevono più di quanto danno dallo Stato (e più di certe regioni meridionali, come la Puglia). Un discrimine tra le regioni che “donano” e quelle che “ricevono” che supera  ogni logica di solidarietà,  con il contributo delle regioni “virtuose” maggiore di quanto spendono per sé stesse e viceversa per le regioni “non autosufficienti”. Questo per sistemare anche chi ritiene che, per un malinteso senso di  unità nazionale, un giuliano di Duino, pur esente da doveri nei confronti di un sloveno di Nova Gorica, debba provvedere alle necessità della provincia di Catanzaro.

Insomma, il socialismo italiano è soprattutto socialismo geografico. Non importa che parte privilegi (l’Italia, ricorda Ricolfi, è nata espropriando il Sud) la morale è che per far saltare il sistema è necessario far saltare la macchina, ovvero l’Italia stessa. Questo, naturalmente, l’autore non lo dice e non lo pensa ed è, se mi posso permettere, il limite del sociologo torinese che, come si diceva all’inizio, ha tutti i dati, ma non possiede una teoria d’insieme che vada al di là del semplice “buon senso”. Il quale non concepisce (come è comune a tutti coloro che, bene o male, si inseriscono nel mainstream accademico) soluzioni che vadano al di fuori dello Stato Italia e dello Stato tout court.
Eppure, se si guarda all’ultimo, tragico capitolo del libro, comprendiamo che non c’è altra soluzione: che venga applicata o meno la riforma federale, è assolutamente probabile che nel futuro prossimo la situazione peggiori ulteriormente. Come quando vennero istituite, nel 1970, le regioni, è possibile che l’attuazione del federalismo fiscale “solidale”, peggiori ulteriormente le cose. Manca totalmente la volontà, da parte della classe “dirigente” di porre fine all’enorme spesa pubblica (che potrebbe portare presto l’Italia in una situazione analoga a quella della Grecia) manca una visione a lungo termine (la stessa Banca d’Italia, secondo quanto riporta “Il sacco del Nord”, nega che le diverse aree del Paese abbiano problemi che richiedano politiche distinte). Soprattutto, mi sento di aggiungere, manca una totale consapevolezza da parte dell’elettorato dei reali problemi. Una scoreggia del presidente del consiglio manda in piazza migliaia di persone, così come un problema mal posto come l’acqua pubblica. Al contrario, temi come quello della fiscalità, della responsabilità economica sembrano non avere quartiere. Una speranza di cambiamento in seno allo Stato Italia sembra ormai chiaramente impossibile: più facile confidare sul fatto che la nuova generazione (quella che pagherà per intero il prezzo delle politiche folli degli ultimi decenni) possegga una nuova visione delle cose, e che smantelli finalmente il sistema.
Ors
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