Non capite l’avanguardia

Eravamo io e un navigatore satellitare chiamato Zambo.

Sua l’idea: “andiamo a vedere il concerto dei Faust all’Interzona”. Io: “bon, dèi”. Cosicché postulo che conoscesse dove si travesse il locale. Sbagliato. “Varda, a xero mbriago l’altra volta, a gò dormio sule careghe”. Abbiamo girato per una mezz’oretta per strade chiamate col nome di settori professionali, mentre lui andaa a naso “Sento puzza di Interzona… è qua in zona” e cose simili. Alla fine grazie anche ad una telefonatina si riesce a capire che bazzicavamo dalle parti sbagliate. Poco male. Giungiamo in questo posto, un magazzino dismesso traformato in un locale underground. Molti i nomoni che sono passati qui: Red Krayola, Rachel’s, Devendra Banhart. La fauna è quella tipica: gente con pullover e giacchetta, sorrisi sornioni e occhiali con la montatura spessa oppure barboni integrali da centro sociale. Stavo chiaccherando quando lo spettacolo è iniziato, alle mie spalle: non so da che parte siano entrati ma Werner  Diermaier (aka the Big Man, ma qui d’ora in poi, il panzone) e Jean-Hervé Péron  (il vecchietto) sono seduti in mezzo al pubblico, mangiando una banana. Quando la finiscono lo spettacolo può iniziare. Segue un’oretta di discreta musica noise: una figa bionda “a englisch voman” nuovo acquisto della band, canta o per meglio dire declama. Il panzone batte su tutto: lamiere, cofani. Ad un certo punto scandisce il ritmo con una sega circolare, adoperandola sui tubi che reggono le masserizie. Il coup de theatre è però del vecchio che si mette a distruggere un bidone in mezzo al pobblico, con una motosega. Un odore ferruginoso riempe la stanza: è i’industrial secondo i Faust.

Tra i pezzi notevoli, un pastiche di un quarto d’ora in francese e 01011100101 (vado a spanne), basata sul codice biniario: protagonista assoluta la mitica scatoletta che se la giri fa il verso della mucca. Ma qui si attende la roba vecchia, ed eccola che arriva: due pezzi kraut come dio comanda, tra cui, per l’appunto krautrock, di cui vi do un assaggio col tutubo, occhio al panza (il concerto è quello di Londra).

Sembra finita, il vecchietto fa un accenno al fatto che suo padre era un albero, o roba del genere. Ma ecco che arrivano due opulenti bis di quasi mezz’ora: un regalo visto il pubblico di merda. Un centinaio di persone (che significa 1500 euro di entrata al netto del biglietto) che sembrano aver paura di far casino. Eh già l’evento rock della settimana era il Liga in Arena, non dimentichiamolo. Me ne vado coi timpani che chiedono pietà e un vago senso di malessere allo stomaco. I Faust mi hanno ricordata, ce n’era bisogno che il rock è anche sofferenza.

Ah, Zambo, da sobrio, fa notare che l’acustica del locale feceva cagare, ha ammazzato i bassi. Lo dico perché l’esperto è lui, mi tocca fidarmi.

Ors

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2 risposte a Non capite l’avanguardia

  1. Yoshi ha detto:

    l’acustica del locale fa VERAMENTE cagare.

  2. Orso ha detto:

    Poverino, non è colpa sua… da piccolo sognava di fare il magazzino per alimentari, non era tagliato per diventare un auditorium, ma l’hanno obbligato.

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