La legge morale dentro una Ford del ’72

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C’è più di una ragione per definire «Gran Torino» una delle più importanti opere narrative che il nostro tempo possa arrivare a produrre. Innanzitutto si tratta di uno di quei rari film che riescono ad effettuare un’analisi di fenomeni sociali, i più recenti, veritiera eppure condotta da prospettive originali. In secondo luogo la storia che offre è profondamente morale. Se la prima è cosa rara nel cinema odierno, e la seconda pressoché introvabile, l’unione di queste due caratteristiche fa gridare al miracolo.

La pellicola parla del nuovo melting pot americano: cinesi (o meglio i Hmong, popolo del sud-est asiatico), messicani e nigga (per quanto questi ultimi non immigrati) soppiantano americani «autentici» come irlandesi, polacchi e italiani. Protagonisti due eroi individualisti: Walt Kowalski (Eastwood) e Thao (Bee Wang): rude vedovo reduce dalla Corea il primo, giova thượng il secondo, che vediamo rifiutare di unirsi a gang di strada per sentirsi qualcuno o ottenere «protezione». L’incontro – scontro tra questi due mondi è ben distante dai cliché politicamente corretti: Kowalski è un figlio di puttana, pieno di pregiudizi che non esita a condividere con gli stessi «musi gialli». La storia del crescente rapporto tra Kowalski e Thao (e la famiglia di costui) sembra dunque avere tutte le premesse per partire male, dato il tentativo di furto da parte del cinese ai danni del polacco.

Invece si assiste ad un sodalizio che diventa sempre di più quello tra un padre e un figlio, un legame che diventa addirittura simbiotico nel finale. Com’è possibille? La comprensione tra i diversi universi, quello di anziano americano e di un teenager indocinese avviene mediante la reciproca comprensione della legge morale. In un’era segnata dal relativismo, dove sembra che la convivenza tra diverse tradizioni sia possibile solo rinunciando ai propri attributi culturali più marcati, sta proprio in ciò l’insegnamento rivoluzionario: l’uomo fraternizza con i propri simili scoprendo che ci sono regole comuni, che vanno al di là della storia e dei riti del proprio popolo. E dal fatto che queste norme sono più presenti in una società più tradizionalista, con il senso del dovere e della famiglia, piuttosto che nella modernizzata e lasciva società occidentale, rappresenta la vera speranza per il mondo «multiculturale» di domani.

Nonostante quanto ho scritto, che potrebbe indurre l’incauto (e singolo) lettore a ritenere che il film sia una palla, «Gran Torino» ha tutti i crismi dei film di Eastwood: protagonista carismatico (e parodico), scene d’azione come Dio comanda, dialoghi divertenti (verrà ricordata l’iniziazione di Thao al mondo degli adulti dal barbiere italo americano). Il tutto in misura giusta da far perdonare alcune momenti assolutamente non verosimili e il fatto di aver preso come coprotagonista uno che guida la Gran Torino ma che sembra un tredicenne.

Post di Jinzo

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2 risposte a La legge morale dentro una Ford del ’72

  1. mc ha detto:

    In generale aggiungerei che il film potrebbe rappresentare la perfetta opera conclusiva e riassuntiva della carriera di Clint (sia come direzione e interpretazione che morale e valori espressi).
    Intanto però mi è venuto in mente un altro difetto: a parte Eastwood il cast è di parecchio sotto il limite della mediocrità; sembra che pur di far recitare Hmong puri abbia pescato a caso in queste comunità.
    Della traduzione abbiamo già discusso, è comunque un aspetto che mi fa venire ancora più voglia di vedere l’originale.
    Un aspetto sul quale vale la pena soffermarsi è come l’opera sia stata snobbata agli Oscar. Pensavo che il film non fosse uscito in tempo, invece leggo che ha avuto una limited release a dicembre, proprio in funzione della candidatura. L’Academy ovviamente non l’ha nemmeno consideratopreferendo le sue solite menate politically correct e i suoi soliti feticci tipo Penn. Mi sembravano rinsaviti dopo l’edizione più che decente dell’anno scorso, ovviamente mi sbagliavo.

  2. z3ruel ha detto:

    Condivido tutto. Come ho già scritto sul residenclave, è anche un film godibilissimo (per sottolineare, come ha detto anche tu, che il film non è affatto una palla) ed a tratti anche “comico”: le battute di Walt, soprattutto gli scambi dal barbiere, fanno davvero ridere (^_^).

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