Non a norma

Eviterò di scrivere della vicenda di cui tutti sanno, poche cose mi infastidiscono come lo scannamento collettivo intorno a dei falsi problemi. C’è però un problema, vero, che alla sudetta vicenda è correlato: mi riferisco ai Nas che entrano in una clinica privata e la trovano – guardacaso – “non a norma”.
Si scopre (forse) che ogni clinica, ogni scuola, ogni esercizio privato, può essere “non a norma”, basta che faccia qualcosa che, semplicemente, dia fastidio al potere. Infatti nessuno può umanamente rispettare le decine e decine di normative imposte dall’alto da leggi che si intersecano, si contraddicono. A questo c’è da farci il callo, siamo tutti potenzialemente nel mirino.

Ors

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La vera domanda delle presidenziale americane.

E’ la seguente: perché il video dei jibjab è passato inosservato? Eppure è semplicemente il più bello… e il più vero di sempre.

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colpevole

It was just a tremendous compulsion of just feeling this big hole

L’8 dicembre 1980, Chapman incontrò Lennon che si allontanava dalla sua residenza, il residence The Dakota in Central Park a Manhattan (New York City). Chapman gli strinse la mano e si fece fare un autografo sulla copertina dell’ultimo album di Lennon, Double Fantasy.
Quindi, rimase sul posto per 4 ore in attesa. Alle 22:50, vedendo
Lennon che rientrava insieme alla moglie Yoko Ono, Chapman lo chiamò,
disse “Ehi Mr. Lennon, stà per entrare nella storia!” e poi gli esplose
contro cinque colpi di pistola. Uno dei proiettili trapassò l’aorta; Lennon fu dichiarato morto alle 23:09.

A chi mi accusa. Vero. Ho ucciso anch’io una rockstar. Tutto quello che ho da dire è che “He knew where the ducks went in winter, and I needed to know this”.

Un ultimo omaggio

Lucio
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Sooo gay!

Dovendo cambiare portatile, volendo evitare il vista e incuriosito da alcune applicazioni editoriali ho preso un macbook. Ho potuto così apprezzare, per una volta fino in fondo, tutte le novità che il sistema operativo MacOS X nella sua ultima incarnazione porta. Che ne so: il dock tridimensionale, con tanto di vista a specchio sulla scrivania, la possibilità di esplorare le risorse con gli stessi effetti grafici dell’ultimo iTunes, l’ombreggiatura delle finestre, l’avanzata condivisione di immagini con il nuvo iChat.

Tutto bellissimo, ma così… gay. Non è solo un’impressione, perché com’è noto, Apple è un marchio gay friendly, che della gayezza fa proprio un punto forte del suo marketing. Per la precisione è il secondo marchio più gay al mondo… dopo un network che produce e trasmette programmi gay.

Per dare un’idea della dimensione del fenomeno, basta fare una ricerca con google. Con le parole chiave “mac gay” si ottengono 21 milioni e 500mila occorrenze. Caso? “Apple gay” va appena sotto, con 19 milioni di occorrenze. George Micheal, una delle icone del pop omosessuale, se affiancato dalla parola gay, produce 1 milione e 900mila risultati. Certo, sono tre parole, e sappiamo tutti cosa vuol dire in una ricerca online. Proviamo dunque a inserire il nome del Ceo di Apple, seguito ovviamente dalla parola chiave gay. Sorpresa: quasi un milione di occorrenze, fatto davvero notevole se si considera che Jobs non è ufficialmente gayo.

La policy di Apple non inficia, naturalmente, la qualità dei suoi prodotti. Tranne quando la gayezza prevale sul contenuto, naturalmente, facendo andare tutto in posa. E’ il caso dell’Air, portatile costosissimo, ma ultrasottile, con cui non si può nemmeno leggere un dvd, ma ecocompatibile. Insomma se la Apple è la Toyota dell’informatica, l’Air è la sua Prius.

Ors

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Se la righi il bastardo sei tu

Dietro la decisione di attaccare l’adesivo “Dime can ma non talian” sul lato posteriore della mia autovettura ci sono state più motivazioni estetiche che politiche. Primo: il potermi fregiare di un simbolo storico, così soavemente pop e vintage, del movimento venetista. Secondo: dare quel tocco d’ironia che mancava sulla mia utilitaria grigio topo. Perché, quella decalcomania, residuo dell’antagonismo secessionista con le palle, era in epoca di leghismo sdoganato e di sistema, più che altro ridicola, da farci quattro risate.

Ma il coglione che qualche notte fa mi ha rigato la fiancata, doveva pensarla diversamente. Lui fiero esempio dell’italiano democratico, sempre aperto al dialogo quando le altrui idee non gli sono di troppo fastidio, si è sentito in dovere di manifestare il suo dissenso, dimostrando ancora una volta l’ossequioso rispetto che la sua schiatta da sempre porta alle cose d’altri. E soprattutto ha reso evidente questa verità: che la città di Verona è piena di sedicenti “autonomisti” ma che nel petto di costoro, in fondo in fondo, batte il triculore.

E poi, guardate gli occhioni di questo cucciolo… non sono meravigliosi?

Chi si vergognerebbe di essere accostato a siffatto animale, dall’alba dei tempi il migliore amico dell’uomo?

Certo, può darsi che siano paronoie mie, può darsi che l’adesivo non c’entri nulla, ma che sia stato solo un teppistello ubriaco sfuggito alle ronde dei militari che di notte non mancano mai di…

O forse?

Ors

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Britannica è la via

Per cercare un break dal logorio della vita moderna mi sono ritrovato a Bristol a dormire su di un materassino gonfiabile da campeggio, in condizioni igieniche discutibili.

Una sera il buon Steven, l’aggancio nella terra del caffè annacquato, propone a Franco Pizza e a me di seguire Lapadrona (di casa) ad un concerto in una sorta di pub. Interessati, e in più non avendo il proverbiale cazzo da fare, si va.

Breve premessa…Bristol appare come una cittadina molto viva dal lato musicale ed artistico. Sarà che il degrado e il relativo disagio è notoriamente di stimolo allo spirito artistico, camminando su e giù per le vie (letteralmente su e giù: pendenze del 25%) si vedono molti pub che propongono musica live. Il tutto immerso in quell’aria British che fa figo. Anzi in quell’aria da periferia British che fa figo: tossici, nuovi ed ex yippies, giovani disagiati e alcolizzati che convivono come in un pacifico eden. Poi ci sono un sacco di locali: pub più o meno stilosi, più o meno tradizionali, moderni,  bettole, da yuppies, da studentelli…puttanai (ma questa è un’altra storia)…

Quindi si può immaginare che noi stranieri avessimo anche qualche aspettativa a riguardo. Se non altro, curiosità di dove saremmo stati portati. “Folk House”. E si possono immaginare anche le nostre facce quando, dopo incomprensioni al telefono, attraversato un di corridoio tra due locali ci troviamo di fronte ad una sorta di patronato. “6 pound? Me li bevo piuttosto”. Ma ormai sgancio e con una croce fatta con un evidenziatore verde sulla mano, entriamo.

Eravamo lapadrona, il figlio molesto di 15 anni, la coinquilina cinese, Steven, Franco ed io. Lapadrona ed il figlio conoscono la cantante dei “Bimbo Spam“, che poi si esibirà, e che è il motivo per cui ci hanno portato qui e ce la presentano. La nostra familiarità con le relazioni interpersonali internazionali ci porta a rispondere con cenno del capo ed un cortese “hi” da distanza siderale. Stranamente al patronato servono anche alcolici (siamo in Inghilterra per qualcosa). Noi tre optiamo per una birra, che ci aiuti ad attutire il paccone. Si va sul tavolo libero in fondo alla sala. Pian piano scopriamo che gli altri presenti sono quelli che andranno ad esibirsi, più quelli che sospettiamo essere i rispettivi parenti. Inizia ad insinuarsi tra noi (noi tre, lapadrona è quella che ci ha tirato dentro) il pensiero di essere i soli ad aver pagato.

Tutto questo per dire che la serata in reltà si è rivelata quasi una figata (forse sto esagerando). Ok, non capisco un cazzo di musica: mi basta che mi mettano una chitarra acustica, due parole lamentate in inglese, in modo che non comprenda il significato, e credo che sia ottima musica cantautorale. Ma in fondo è stato piacevole: prima un duetto femminile, chitarra+cantante alcolizzata, poi un cantautore in tenuta da lavoretti domestici, una tipa con delle adorabili treccine, i Bimbospam, un altro cantautore con un cappello alla Vinicio Capossela e la resident band con un “moro” che faceva la batteria con la voce; 4-5 canzoni a testa, in un’atmosfera familiare, più un paio di attori con dei monologhi, il tutto per una cinquantina di presenti.

(Si scoprirà in seguito che The Folk House è un centro culturale che organizza corsi d’arte di vario tipo.)

(le scarse capacità non aiutano le povere tecnologie)

La tipa dalle adorabili treccine, al secolo Suzy Condrad, per un orecchio esperto forse non era la migliore, ma è quella che mi è piaciuta di più. Non solo per le canzoni…ma anche per il suo: “Umm…adesso cosa canto?!…”. Era sorridente, andava a salutare tutti i suoi amici, il suo fare un po’ “così”…e le sue adorabili treccine. Sì, mi sono innamorato (anche quella sera), e più volte per la verità: c’era una angelica violoncellista bionda, una top model con i capelli corti e poi l’aria straniera fa sempre apprezzare di più il bello che c’è in ognuna. Anche nella vecchia che, nonostante le probabili deficienze alle anche, nel trasporto della serata per poco non si sedeva in braccio al suo uomo, in andropausa (probabilmente erano i nonni di qualche musicista). No, lei no. Ma il mio amico Franco non sarebbe del tutto d’accordo.

Lucio

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Non capite l’avanguardia

Eravamo io e un navigatore satellitare chiamato Zambo.

Sua l’idea: “andiamo a vedere il concerto dei Faust all’Interzona”. Io: “bon, dèi”. Cosicché postulo che conoscesse dove si travesse il locale. Sbagliato. “Varda, a xero mbriago l’altra volta, a gò dormio sule careghe”. Abbiamo girato per una mezz’oretta per strade chiamate col nome di settori professionali, mentre lui andaa a naso “Sento puzza di Interzona… è qua in zona” e cose simili. Alla fine grazie anche ad una telefonatina si riesce a capire che bazzicavamo dalle parti sbagliate. Poco male. Giungiamo in questo posto, un magazzino dismesso traformato in un locale underground. Molti i nomoni che sono passati qui: Red Krayola, Rachel’s, Devendra Banhart. La fauna è quella tipica: gente con pullover e giacchetta, sorrisi sornioni e occhiali con la montatura spessa oppure barboni integrali da centro sociale. Stavo chiaccherando quando lo spettacolo è iniziato, alle mie spalle: non so da che parte siano entrati ma Werner  Diermaier (aka the Big Man, ma qui d’ora in poi, il panzone) e Jean-Hervé Péron  (il vecchietto) sono seduti in mezzo al pubblico, mangiando una banana. Quando la finiscono lo spettacolo può iniziare. Segue un’oretta di discreta musica noise: una figa bionda “a englisch voman” nuovo acquisto della band, canta o per meglio dire declama. Il panzone batte su tutto: lamiere, cofani. Ad un certo punto scandisce il ritmo con una sega circolare, adoperandola sui tubi che reggono le masserizie. Il coup de theatre è però del vecchio che si mette a distruggere un bidone in mezzo al pobblico, con una motosega. Un odore ferruginoso riempe la stanza: è i’industrial secondo i Faust.

Tra i pezzi notevoli, un pastiche di un quarto d’ora in francese e 01011100101 (vado a spanne), basata sul codice biniario: protagonista assoluta la mitica scatoletta che se la giri fa il verso della mucca. Ma qui si attende la roba vecchia, ed eccola che arriva: due pezzi kraut come dio comanda, tra cui, per l’appunto krautrock, di cui vi do un assaggio col tutubo, occhio al panza (il concerto è quello di Londra).

Sembra finita, il vecchietto fa un accenno al fatto che suo padre era un albero, o roba del genere. Ma ecco che arrivano due opulenti bis di quasi mezz’ora: un regalo visto il pubblico di merda. Un centinaio di persone (che significa 1500 euro di entrata al netto del biglietto) che sembrano aver paura di far casino. Eh già l’evento rock della settimana era il Liga in Arena, non dimentichiamolo. Me ne vado coi timpani che chiedono pietà e un vago senso di malessere allo stomaco. I Faust mi hanno ricordata, ce n’era bisogno che il rock è anche sofferenza.

Ah, Zambo, da sobrio, fa notare che l’acustica del locale feceva cagare, ha ammazzato i bassi. Lo dico perché l’esperto è lui, mi tocca fidarmi.

Ors

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